Tuffarsi: la storia di Isabella

I primi amori sono sempre splendidi – anche quando non lo sono affatto. Il tempo, come fa con ogni cosa, dona loro una patina pregiata, luccicante, togliendo di mezzo l’imbarazzo e l’impaccio; ci ricordiamo tutti il primo bacio, anche se era indecente, e anche nessuno dei due sapeva bene come posizionarsi e cosa fare con la lingua lo ricordiamo per il semplice fatto che è il primo. Prima di darlo affiorano mille domande, mille incertezze – ma poi, ci si butta, ad occhi chiusi e con il fiato sospeso proprio come prima di un tuffo, e l’altro ci si apre davanti, e ci inghiottisce.

Il mio primo amore è stato un tuffo dopo l’altro, con appena il tempo di riprendere fiato nel mezzo di tutte quelle prime volte che stavo sperimentando.

L’ho incontrata in un’associazione LGBT della mia città: era la prima volta che ci mettevo piede. Di nascosto dai miei genitori, per evitare domande (e conseguenti silenzi) a tavola, sola, con lo zaino di scuola ancora sulle spalle, credo di essermi letteralmente buttata fuori dall’autobus e dentro alla porta stretta dell’associazione. Alla fine dell’incontro avevo piuttosto chiara la situazione: molti dei partecipanti si conoscevano già, e non mi sembrava il caso di intromettermi nei loro discorsi; altri si erano presentati in gruppetto e formavano delle isolette impenetrabili che chiacchieravano fitto; e poi c’era questa ragazza, leggermente a disagio, sulla sedia più vicina alla porta, pronta per scappare. E mi sono buttata su di lei.

Ho parlato tanto, non ricordo cosa le ho detto in particolare. Lei ascoltava e rideva quando era necessario: mi sono detta, beh, non avrò fatto centro ma ci avrò provato. Il giorno dopo mi chiedeva il numero di cellulare e cominciavamo a parlare con una familiarità nuova, che sentivo per la prima volta. Davanti alla sua disinibizione, mi accorgevo che potevo parlare tranquillamente e che sarei stata sicura di essere capita.

Il primo appuntamento – lo ricordo già meglio, soprattutto nei particolari meno esaltanti, ricordo che si era tuffata verso di me per cercare di baciarmi e ricordo di aver rifiutato il bacio. Ricordo di essermi spaventata davanti a quelle labbra che mi venivano porte, ricordo di aver pensato “Io ancora non sono pronta, io non ti amo”. E poi la sera, le rassicurazioni da parte di lei, qualche lacrima da parte mia, tutto a posto, non è successo niente. La mia indecisione non stava nel fatto che fosse una ragazza – anzi, lei era la conferma che la mia attrazione per lo stesso sesso avesse un fondamento, e che non fosse solo un momento di confusione passeggera –, ma era piuttosto un limite intimo che non ero ancora riuscita a superare. Nelle mie fantasie ero pronta a darle tutto. Nella realtà ero molto meno impavida di quanto credevo.

C’è un verso di uno dei miei poeti preferiti – l’avessi scoperto un po’ prima gliel’avrei forse dedicato, le piaceva sentirmi parlare in inglese, diceva… – che recita, “If equal affection cannot be, let the more loving one be me”, se non possiamo amarci con uguale affetto, lasciami essere colei che ama di più, che, qualche tempo dopo la fine della relazione, mi ha spinto a domandarmi chi fosse the more loving one tra di noi, se lei, con il suo affetto attivo, fisico, o il mio più nascosto, che lasciava alle parole il compito di accarezzarla, mentre le mie mani ancora non osavano farlo. Di fatto, dopo il primo appuntamento eravamo entrambe innamoratissime, perdevamo treni, autobus per stare vicine qualche minuto di più, ci viziavamo obbedendo a quella cieca innocenza dei giovani innamorati.

Una domenica mi ritrovai sola in casa. Mi tuffai sul cellulare, la chiamai, e dopo mezz’ora era stretta contro di me sul divano. Il resto è avvenuto con naturalezza, come un lunghissimo respiro. Ci toccavamo per gioco, salvo poi ritrovare una lucida serietà quando ci dicevamo all’orecchio, sei perfetta, ti amo. Per un po’ il mio letto sapeva di lei; quando il suo profumo svanì, era svanita anche lei. C’era una trama che non mi aveva mai raccontato chiaramente, ma che si intuiva in certi discorsi che faceva. Non era il momento. Non se ne pentiva, ma non era il momento. Forse nemmeno per me.

Ma c’è stato, e le sono grata per essersi tuffata con me. Dopo di lei mi sono sentita cambiare: ho acquisito più fiducia in me stessa, ho cominciato a vestirmi in modo diverso, che mi metteva più a mio agio, ho scritto tanto – un po’ anche su di lei, e per lei. In particolare, mi sono trovata più a mio agio con la mia sessualità, ho cominciato ad usare il termine “bisessuale” senza ripensamenti. Credo, spero di essere anche diventata un po’ più tollerante nei confronti di chi non riesce a comprendere la mia situazione – come mi diceva lei, l’aggressività non porta da nessuna parte. Il dialogo pacifico con l’altro, dentro o fuori la realtà LGBT, è fondamentale: è così che, pian piano, si riescono a distruggere i muri, un mattone alla volta. È stata un paletto nella mia vita, un modo per dividerla: avanti M. e dopo M., dopo gli altri abbracci e gli altri amori – ma prima, M., che mi ha acchiappata quando mi sono tuffata alla cieca verso di lei.

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