Devo dire ai miei figli che sono bisessuale anche se sono sposata con il loro papà?

Quando sono incappata in questo pezzo per la prima volta ho pensato a lungo se fosse il caso di proporlo su BFamily. Ha sicuramente una grande attinenza con l’argomento ma il fatto che alcuni punti non rispecchino la realtà delle donne bisessuali italiane in relazione con uomini etero e che l’autrice sia, in modo assolutamente evidente, ancora in preda ad una bierasure interiorizzata e, solo in parte inconsapevole, mi hanno fatto riflettere. Il privilegio di cui parla, questa sicurezza nel fare coming out data dalla “protezione sociale” offerta dalla sua famiglia apparentemente etero, è un dettaglio che non rispecchia completamente la realtà italiana. Nel nostro paese, molto spesso, essere out come mamma bisessuale sposata con un uomo è ancora molto rischioso. Non è affatto scontato che non ci siano conseguenze, sia all’interno del nucleo familiare che all’esterno e sul lavoro, e la famiglia “etero” offre una protezione molto relativa e, in certi ambienti, fragile come la carta di riso.

Oltre a questo, il ritenersi perennemente in lotta con se stessa e il mettersi sempre a confronto con altri nuclei LGBT+, sentendosi in qualche modo in difetto, ma anche privilegiata, per non far parte di una coppia same sex, non sono elementi che sento miei e anche da qui nasceva la mia perplessità sul proporlo su BProud. Ma, rileggendolo, mi sono resa conto che il cammino che sta affrontando l’autrice dell’articolo è, in realtà, quello percorso da tante donne e mamme bisessuali. L’accettazione di sè come donne queer dopo una vita di bifobia e bierasure non è mai semplice e lineare. I dubbi assalgono e cambiare umore, idea, sentimenti ogni minuto è un piccolo inferno quotidiano che accompagna la vita di molte di noi. Penso quindi che leggere l’esperienza di un’altra persona, possa essere, come spesso accade, illuminante. Buona lettura.

 

Traduzione a cura di Anna; revisione a cura di Francesca

(link originale: QUI)

Vedo ovunque famiglie che assomigliano alla mia. Mamma, papà e due bellissimi bambini biondi. Siamo tutti bianchi e in salute, papà va al lavoro e mamma ne ha uno che le permette di stare anche a casa con i bambini. Ma nonostante la nostra apparenza “tradizionale”, noi sposiamo idee decisamente di sinistra e valori progressisti: salario minimo, assistenza sanitaria per tutti, interruzione di gravidanza legale e uguaglianza per la comunità LGBTQ, solo per citarne alcuni. Molti di quelli che ci guardano ci considererebbero degli alleati del movimento LGBTQ e molti di quelli che ci guardano mi considererebbero eterosessuale, ma non lo sono. Sono bisessuale. Quindi questo cosa vuol dire per la mia famiglia?

Se me l’aveste chiesto prima dei miei 20 anni vi avrei risposto che ero etero, perché davvero non mi passava per la testa che potessi essere qualcos’altro. Ovviamente sapevo sin dall’infanzia che esistevano le persone “queer” e, suvvia, sono cresciuta quando Will e Grace era al culmine del successo! Ovvio che non fossi completamente all’oscuro. Ma, proprio come Will e Grace, la mia visione complessiva dell’essere “queer” era incompleta e problematica. Sapevo sin da quando ero piccola che mi piacevano i maschi… tanto. Ero la bambina a cui si doveva ripetere che baciarsi sul pulmino che ti riportava a casa dall’asilo era inappropriato. Allo stesso tempo trovavo le bambine altrettanto attraenti anche se non lo sbandieravo ai quattro venti. E anche se sapevo che avrei voluto baciare altre bambine in classe (perché, evidentemente, il pulmino non è il posto più appropriato per sbaciucchiarsi quando sei alle elementari), “sapevo” anche che le bambine baciano i bambini, non altre bambine. Nessuna aveva bisogno di parlarmi di questa “regola” così come nessuna aveva bisogno di dirmi che infrangerla sarebbe stato un tabù. Lo sapevo e basta.

Quando sono cresciuta un pochino ho preso atto dell’esistenza delle parole “gay” e “lesbica”. Il mondo delle attrazioni dell’essere umano era quindi diviso in due scelte molto nette: etero o gay. Il genere è binario e così lo erano anche l’attrazione romantica e sessuale. A quel punto ho passato tantissimo tempo a convincermi che quello che io sentivo non esisteva (non è che avessi modo di vedere rappresentazioni della bisessualità nei media o attorno a me) e che quindi io “sapevo” di essere sicuramente etero. Mi scappa da ridere a pensare che non sapessi o non avessi neanche mai sentito la parola “bisessuale” fino a 13 anni. E’ stato in un episodio di Friends. A dire il vero la seguente scena è stata la presentazione ufficiale:

“A volte gli uomini amano le donne/a volte invece amano altri maschi/e poi ci sono anche i bisessuali/così la gente dice che maiali/La, la, la, la, la, la, la…/La, la, la, la, la, la, la…”

Seguita dalle risate del pubblico e da una battuta omofoba ancora più raccapricciante nella quale un ragazzino di colore fissa Chandler che appare infastidito, seguita da altre risate del pubblico.

A questo punto della mia vita questo è quello che la società continuava a dire a me, ragazza bisessuale, riguardo la bisessualità:

dal 1982 al 1996: Non esiste, razza di svitata! Quello che provi non è una cosa che esiste e non ha importanza quindi evita di preoccupartene.

Dal 1996 al 2001: “Esiste” ma non proprio, perché in fondo le persone che dicono di essere bisessuali stanno mentendo a loro stesse. È imbarazzante, proprio come avevi sempre sospettato, ecco perché è ok prendere in giro le persone per questo.

Poi, nel 2001, sono andata al college e, con mio grande piacere, ho scoperto che era un posto magico con una comunità LGBTQ florida e ampia. Ma anche lì, nella mia tribù, circondata dai miei amici, in mezzo ad un bel gruppetto di gay veraci, raramente si parlava di bisessualità. Se anche lo si faceva, era sempre per parlare di gente che prendeva in giro se stessa o che tendeva ad una sorta di “eteroflessibilità” con la finalità di sperimentare un rapporto a tre. Ho interiorizzato talmente tanto questo messaggio (insieme ad una certa misoginia generale e sguardi insistenti da parte dei ragazzi) che non potevo non essere d’accordo. “Sesso con le donne? Certo, ma non potrei mai avere una relazione con una donna, dai”. E infatti non l’ho avuta. Neanche una volta.

Nel 2004 ho cominciato ad uscire con l’uomo che, tre anni dopo, sarebbe diventato mio marito. L’imbarazzante e irrilevante attrazione per le donne, immaginavo, sarebbe stata ormai solo un concetto astratto. Ho scelto la persona per la vita, no?  Spoiler alert: non era solo astratta perché non c’entra lo scegliere e per quale assurdo motivo avrei dovuto smettere di essere una certa “cosa” quando ero stata quella “cosa” per tutta la vita?

Due cose mi hanno finalmente spinta a prendere atto che la mia bisessualità fosse reale e che avesse importanza. La prima cosa è stata la nascita di mio figlio quando avevo 28 anni. La maternità non mi ha cambiato in nessun modo profondo e vitale ma mi ha ispirata ad essere più autentica verso me stessa. La seconda è stata aiutare un amico a pensare a se, come e quando fare coming out con la sua famiglia, qualche mese più tardi. “Io penso che parte della tua esitazione sia causata dall’idea che per te essere gay vuol dire essere in un certo modo” – riflettevo durante una conversazione particolarmente coinvolgente – “e invece non è così. Tu sei come sei e questo non cambia. Non diventi uno stereotipo gay da un momento all’altro, appena fai coming out. Nessuno sta aspettando dietro le quinte per porgerti un boa rosa o qualcosa di simile”. Passata circa una settimana ho pensato a quello che avevo detto e ho realizzato quanto fossi stata ipocrita. Perché nonostante una vita di attrazione verso le donne e piacevoli avventure con persone del mio stesso sesso, per non parlare del fatto che la mia sessualità e la mia identità sessuale fossero decisamente più complesse di quello che appariva sulla carta, avevo sempre rifiutato di definirmi “bisessuale” a causa dei tanti pregiudizi che avevo riguardo a cosa volesse dire essere bisessuale.

La cancellazione bisessuale o invisibilità bisessuale (in inglese “bi erasure”) è, secondo GLAAD, “un problema dilagante a causa del quale l’esistenza o la legittimità della bisessualità, in senso generale o riguardo uno specifico individuo, è messa in discussione o completamente negata”. Non mi sono resa conto, fino a qualche tempo fa, di quanto la mia percezione della mia stessa identità sessuale sia stata influenzata da questo fenomeno o quanto l’avessi interiorizzata. A dire il vero, lo faccio ancora, fino ad un certo livello. Adesso mi identifico come bisessuale, ma non ho ancora trovato un vero equilibrio, per certi versi. Quando sono da sola, insieme al mio cervello, è tutto chiaro. Chi sono e cosa provo hanno perfettamente senso. Ma nel mio contesto familiare, insieme alla mia comunità e alla società in senso lato, mi sento ancora emotivamente ed eticamente confusa riguardo a cosa voglia dire essere bisessuale e cosa dovrei fare.

Come ho detto, la maggiore parte delle persone pensa che io sia etero e non posso dar loro torto. Dopo tutto sono una donna monogama e cisgender sposata con un uomo cisgender e non ho mai avuto una relazione con una persona del mio stesso sesso. E non è che ho un enorme tatuaggio sul petto che dice “Bi Life” (nota per me stessa: considerare la possibilità di farsi un enorme tatuaggio sul petto che dica “Bi Life”). Mentre essere etichettata come etero mi fa sentire non capita e non vista, non posso negare che dia a me e alla mia famiglia tantissimi privilegi che, probabilmente, una donna bisessuale in una relazione same-sex non avrebbe. E quindi mi chiedo: è giusto che mi sia permesso affermare la mia bisessualità? Quando viene fuori l’argomento ho fatto lo sforzo, in questi ultimi anni, di dire “sì, questa sono io”. Ma proclamare il mio essere queer a questo punto della mia vita, quando è così sicuro per me farlo, quando la mia vita e la mia famiglia sono indistinguibili da quelle degli alleati etero (e, in molti modi, anche oppressori), sento che sia in qualche modo poco rispettoso nei confronti delle famiglie LGBTQ. Quelle famiglie, penso, vivono con lo stigma e le difficoltà che la mia famiglia non ha mai dovuto affrontare proprio perché ci ho messo così tanto tempo ad aprirmi alla verità. Allora penso “la mia famiglia è ok e io dovrei passare meno tempo a preoccuparmi di come far valere la mia identità e più tempo a migliorare le cose per gli altri. Il peso che mi porto sulle spalle può aspettare”.

Per non parlare del pensiero che ho sul se, come e quando rivelare la mia bisessualità ai miei figli. Il coming out potrebbe farli preoccupare riguardo il legame che ho con il loro papà? Passeranno il tempo a ripetere “mamma, troppi dettagli!”? Ultimamente ho deciso che glielo dirò quando troverò il momento opportuno perché non voglio contribuire alla solita storia della non esistenza della bisessualità facendo credere ai miei figli che la bisessualità non sia reale. E poi, se anche loro fossero bisessuali? Io non voglio che loro respingano la loro identità e si ritrovino a giudicare con il senno di poi come è successo a me. Ma sono un modello abbastanza valido per loro? Un modello di comportamento bi che, in fondo, assomiglia… ad uno etero?

Onestamente non so dire se tutto questo sia semplicemente una mia bifobia interiorizzata e disprezzo per me stessa o il riconoscimento legittimo dei miei privilegi e dei miei limiti. Sono cose che vengono dal profondo.

Immagino ci sia già un gruppetto di persone che leggendo starà dicendo “oh andiamo, fai coming out, sii fiera di quello che sei e smettila di fasciarti la testa!” e forse un altro che dirà “oh andiamo, tienilo per te e non farne una tragedia”. Ma in qualsiasi modo la si voglia vedere questo argomento è importante per me.

Essere bisessuale, posso finalmente ammetterlo, è un aspetto importante della mia identità, come lo è essere madre. “Bisessuale” e “madre” sono di per se stessi dei termini che indicano specifici ruoli, carichi di significato. Entrambi sono termini pregni di tanti preconcetti sessisti ed ingiusti. Mettili insieme e ci sono delle volte in cui diventano schiaccianti da un punto di vista esistenziale.

Lentamente sto cominciando a capire come uscire dall’oppressione di tutto questo. Il processo è spesso doloroso e altrettanto spesso è anche doloroso ammettere che lo sia. Lo è perché mi sento in colpa, dall’interno della mia situazione privilegiata, per soffrire e sentirmi in lotta con me stessa. Ma la lotta, come dicono spesso i ragazzi di oggi, è reale.

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