Quando i bisessuali si chiamavano gay

Da qualche settimana sono immersa nella lettura del libro “I movimenti omosessuali di liberazione” edito dalla neonata casa editrice Asterisco.

È un libro prezioso perché narra, attraverso documenti e traduzioni, fasi importanti della storia LGBT dagli anni ’60 agli anni ’80 e ci consente, come la storia con la S maiuscola spesso fa, di capire meglio il nostro presente.

Ho iniziato il testo non aspettandomi niente sul fronte della bisessualità, perché se già adesso se ne parla poco negli anni ’70, soprattutto in Italia, era praticamente assente. Non solo mi sono dovuta ricredere dopo le prime pagine, ma il breve paragrafo che ne parla ha dato anche la risposta alle cause della mia stessa perplessità: perché non si parlava di bisessualità? Perché se ne parla ancora poco? Dov’erano i bisessuali mentre nascevano i movimenti omosessuali di liberazione?

Per rispondere (o per dare quantomeno una risposta realistica) vi propongo l’intero paragrafo così come presentato nel libro. Lo stralcio è tratto da un documento chiamato “Manifesto omosessuale” scritto dall’attivista americano Carl Wittman ( 1943-1986) e pubblicato nel 1970:

“La bisessualità è una buona cosa. È la capacità di amare le persone dei due sessi*. Il motivo per cui pochi di noi sono bisessuali è nel fatto che la società si scandalizza così tanto davanti all’omosessualità che si è obbligati a definirsi etero o non etero. Inoltre molti gays non si sono sentiti entusiasti di fronte al modo in cui sono costretti ad amare le ragazze, e viceversa; è una cosa mal fatta. I gays saranno caldi verso le ragazze solo se mossi da un impulso e non da un dovere imposto e poi anche quando il Woman Liberation ** avrà operato un cambiamento entro la natura dei rapporti eterosessuali. Continueremo dunque a chiamarci omosessuali e non bisessuali anche se ci potrebbe andar bene col sesso opposto, perché dire “sono bisessuale” significherebbe, per un gay, sgonfiarsi davanti agli etero-poliziotti. Quando ci dicono che non è grave fare all’amore con i ragazzi purché lo si faccia anche con le ragazze, è ancora umiliare l’omosessualità. Saremo gays fino al giorno in cui tutti avranno dimenticato che è un problema. Allora cominceremo a conoscere la pienezza”.

Che l’identità e le etichette siano, per alcuni, un vessillo politico questo lo sappiamo già. Soprattutto fra i non più giovanissimi si trovano ancora coloro per cui il valore politico del loro orientamento vale più del valore umano, sentimentale, reale.

Da questo documento però, si evince che in un certo momento, nel passato, qualcuno ha pensato ad una vera e propria auto-cancellazione della propria bisessualità e di quella altrui. Le conseguenze le conosciamo tutti.

Perché questa scelta? Perché, da quanto si desume anche dal resto del documento presente nel libro, il matrimonio (all’epoca l’unico attuabile era uomo/donna) era visto come l’origine di tutti i mali, il nemico numero uno, un coacervo di oppressione, patriarcato, falsità ed ipocrisia. Concetto che può sembrare un po’ estremo, al giorno d’oggi, ma che fino alla fine degli anni ’60 era spesso drammaticamente vicino alla realtà.

È stata quindi una precisa scelta politica quella di “definirsi gay anche se, di fatto, siamo bi” perché, per parafrasare, “nel momento in cui ci si sente attratti dall’altro sesso e, soprattutto, si agisce il tal senso, il rischio di finire invischiati in quel ginepraio di ipocrisia che è l’unione etero è molto grande e noi non vogliamo”. Se diciamo di essere bisessuali finiamo per essere costretti “a scegliere di essere etero” o quantomeno  “a farlo per forza con entrambi” e quindi meglio definirsi gay per evitare il rischio. Nel momento in cui “tutti avranno dimenticato che essere gay è un problema” allora le cose cambieranno.

Questa scelta, una volta abbracciata su larga scala da un grande numero di persone e attivisti, potrebbe essere stata una delle cause della bi erasure che esiste ancora fortissima soprattutto nel nostro paese.

Non sarebbe un problema se questo atteggiamento fosse stato solo teorico. Solo parole su uno dei tanti manifesti prodotti negli anni ’70 che non hanno poi portato ad alcun risultato. Ma non è così e lo vediamo tutti i giorni. La bi erasure (e la conseguente bifobia che spesso nasce dall’ignoranza intesa come non conoscenza) miete vittime tutti i giorni. Quante volte siamo stati testimoni di coppie che si sono lasciate a causa della bifobia? Che avrebbero potuto essere ma non sono state perché “la bisessualità non esiste/non mi fido dei bisessuali/non è un orientamento valido”? Quante volte abbiamo incontrato persone bi in coppia same sex che si sentivano in dovere di reprimere la loro attrazione per l’altro sesso perché “disgustati dal loro lato etero”? Quante persone si sono represse fino a causare gravi danni alla propria salute mentale?

E quante volte, tra attivisti, ci è stato chiesto: sì ma dove eravate voi quando marciavamo ai Pride, quando lottavamo per la nostra libertà e dignità? Ecco dove eravamo, eravamo lì, ci siamo sempre stati.

Perdonatemi queste ultime parole un po’ demodé e pesantemente anni ’70, ma adesso è arrivato il momento di lottare anche per noi. Per noi che siamo il ponte tra i due poli di una società binaria che ha ancora paura di chi non è nè etero e nè gay, né blu né rosa ma orgogliosamente viola.

 

*la definizione di bisessualità ha subito una naturale evoluzione nel tempo e, ormai da quasi 30 anni, include sia le persone cis e trans che quelle non binary, genderfluid, genderqueer ecc…

** movimento politico attivo dalla fine degli anni ’60 fino agli anni ’80, composto da donne ed intellettuali femministe, che diede origine a importanti cambiamenti a livello globale.

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