Le bugie che (non) ho detto

A volte gli alibi che ti inventi sono più forti della necessità di essere te stess*.
A volte NON dici una bugia per non dire una verità.
E a volte te ne freghi di tutto… o t’importa di tutto (e di te stess*)?

Un giorno, avrò avuto 20 anni (e già da 12 anni sapevo di essere bisessuale…) stavo passeggiando con mio padre. In quel periodo era single dopo la separazione e stavamo parlando di sesso come si fa tra padre e figlio maschio… no, non proprio.
Mio padre aveva una fama da tRombeur de femmes e mi ha allevato come se dovessi essere l’erede di Rocco Siffredi (con poche di quelle doti ahimè): la durata era tutto; i preliminari, l’altruismo verso LA (sempre e solo LA) partner, le coccole alla fine, ecc… un film Disney insomma… ma porno.
[Solo più tardi ho capito e incontrato donne per le quali non solo preliminari e coccole sono superflui ma per le quali la durata è sopravvalutata. L’altruismo invece… quello è sempre bene accetto].

Beh, io stavo con il mio primo ragazzo e iniziai a sondare il terreno chiedendo a mio padre, secondo lui, come poteva essere il sesso tra uomini… pour parler, eh…!!! Lui ha fatto di tutto per non abboccare e così, anche se avrei potuto spiegargli io 2-3 cosette, non riuscimmo mai ad affrontare il discorso.

Mio padre ed io non avevamo più un vero dialogo da tanti anni, e tutto finiva in lunghi monologhi da parte sua o in tentativi miei di condividere pensieri da quell’adulto che mi sentivo… e così lui ha sempre saputo delle mie relazioni etero (quando decidevo di dirglielo) e non di quelle omo.

Ho sempre imputato questa scelta alla mancanza di scambi veri con mio padre ma mi sono chiesto spesso se, prima che il nostro rapporto andasse completamente a p***ne, la mia non fosse paura mascherata da “tanto non abbiamo un rapporto vero”; è probabile che non avrebbe mai accettato la mia bisessualità ma è vero che non gliene ho mai dato la possibilità.

Ma devo fare un passo indietro: il fatto è che ho sempre gestito le cose da solo, per non soccombere a due genitori completamente infantili anche se amorosi: la mia crescita, la mia consapevolezza, i miei rapporti sociali… e così tutto quello che mi accadeva restava sempre dentro di me, gestito, rielaborato, superato, sciolto senza l’aiuto di nessuno.

Facevo la Parodi della situazione. Prendevo tutto quello che mi accadeva: paure, delusioni, amori, vergogne, fallimenti, emozioni, le sbattevo nel mixer e poi in padella. Un “mappazzzzzone” (letto rigorosamente alla bolognese) cotto a puntino dentro di me.

Perché, dunque, avrei dovuto condividere la mia sessualità con chicchessia?

Tagliare fuori tutto il mondo ti porta ad una sensazione di onnipotenza incredibile ma anche ad una solitudine notevole.
La tattica “cotto e mangiato” era perfetta. Tutto avveniva dentro di me e quindi, che io fossi single, che avessi una cotta, che fossi in una relazione (etero o gay non importava), nessuno ne sapeva niente.

Arrivò il mio primo amore. Lui. Non mentivo ai miei. Non sapevano nulla… Solo mentii sugli orari dei corsi universitari, questo per non dire che in quel momento mi vedevo con qualcuno. Ma chi non l’ha fatto? O forse per non dir loro che ero bisessuale? O forse per non dire che stavo con un ragazzo?

Allo stesso tempo omettevo di dire, agli amici gay del mio ragazzo, che ero bisex.
No, arrivai anche a mentire fingendo di essere gay; semplicemente non me la sentivo ancora di essere investito dal TIR di bifobia che un gruppo di ventenni gay negli anni ‘90 poteva esternare nei confronti del ragazzo di un loro amico.
Quando infatti venne fuori, non fu più vita. Fui deriso, insultato, oggetto di sarcasmo, di pettegolezzi, di battute e chi più ne ha più ne metta.
L’”amico” (gay) più intimo del mio ragazzo un giorno addirittura mi minacciò di fare outing coi miei se non avessi smesso di mentire in giro dicendo che ero bisessuale…
Lui, il mio ragazzo era in balia della compagnia e alla lunga sapevo che non poteva durare. La giovane età di entrambi fece il resto e non ci permise di superare con maturità la situazione. Ci lasciammo.

Tornai a omettere la mia sessualità che si adattava a seconda della relazione in cui ero.

Quando ebbi la mia prima relazione seria con un ragazza di cui ero innamorato era ovvio che non iniziassi con il coming out. La cosa venne fuori pian piano, soprattutto quando la necessità da parte sua di aprire la coppia ci portò ad un tentativo di poliamore con il suo ex di cui io ero diventato molto amico… (pessssssima idea)
Tuttavia le “interazioni” tra me e il suo ex non vennero prese da lei nel modo migliore e, gelosia mista a stupore per i nuovi risvolti sul mio orientamento sessuale, mandarono in tilt la sua educazione bigotta e repressiva. Ci lasciammo.

Una volta lasciato con la mia ultima ragazza e datomi alla farfalleria, erano immancabili le battute.
Mi vedevano in giro anche con ragazzi e quindi la ragione della fine della storia precedente doveva essere il fatto che ero gay.
Ma non ci ho mai dato peso. O è forse perché ebbi la fortuna che tali voci non avessero mai raggiunto persone a me care?

Quindi la soluzione “all by myself” della Parodi tornava utile.
A volte mentivo a volte omettevo a volte dicevo le cose come stavano. Ero io a muovere i fili. Un burattinaio a sua volta di legno…

È vero che non tutto è bugia. Ci sono infatti le omissioni.
Tra il non dire le cose e negare o dire il falso c’è una sottile differenza come un nastro che se lo guardi da un verso è alto venti centimetri e se lo metti di taglio misura un millimetro.

Ora sono out, ma come dicevo tempo fa non vado via col tag “BI”, come non vado via col tag: abito a xxx, lavoro a yyy, la mia famiglia è zzz etc

Ma quand’è che si è out?

Quando lo chiarisci il più presto possibile con chi ti sta attorno o quando lo hai chiarito con te stess* e (che tu lo esterni o meno) non ti importa di farlo sapere?
Perché un* può essere out da quando ha 20 anni ma magari solo i genitori lo sanno, ma non i parenti, né amici, né conoscenti. Le persone cui tieni lo sanno e quindi sei out. O forse no?

Essere out PUÒ essere una SENSAZIONE: se hai una relazione seria, non è che lo devi postare su FB ogni dieci minuti, e se non lo fai non vuol dire che la tua relazione non è vera o autentica. “Non dire” può legittimamente essere una scelta di privacy. E questa possibilità è fondamentale perché dipende da vari gradi di giudizio che non riguardano solo ed esclusivamente quella nostra caratteristica che vorremmo comunicare. Scegliamo ogni secondo cosa dire di noi stessi, della nostra vita, del nostro passato e del nostro presente. E cosa non dire. Ma ciò non significa non essere out:

<che te ne frega di passare per etero o gay/lesbica in certe situazioni? la cosa importante è che tu sia tranquill* di quello che sei. Il resto secondo me è un contorno> [Grazie a Silvia per le chiacchierate, nda]

Continuamente bisessuali vengono scambiati per etero o per gay/lesbiche e gay/lesbiche in relazione con un* bisex possono essere scambiati per bisex.

Ma <questo non toglie niente né alla tua identità, né alla minoranza (o maggioranza) sessuale “di appartenenza” (anche se magari questa non è d’accordo), né al* partner, né a chi ti vuole bene. E posso scegliere se urlare al mondo quello che sono o meno… pur essendo out> e nonostante “le bugie che (non) ho detto”.

Condivi il post

Lascia un commento