I found my love in San Junipero

Prima di iniziare questo articolo, devo fare una premessa: non mi piace la fantascienza.

Di solito la trovo noiosa, non credibile e ancor meno coinvolgente a livello emotivo, per un motivo molto semplice: non riesco a identificarmi, quindi per quanto possa trovare alcune idee stimolanti, non riesco ad appassionarmi alla trama e ai personaggi. Insomma, non fa per me.

Per questo, quando in ufficio mi hanno parlato di Black Mirror, sono rimasta abbastanza indifferente. Se non l’avete mai sentita nominare, Black Mirror è una serie TV di stampo fantascientifico/distopico/psicologico incentrata sulle nuove tecnologie e sulle conseguenze del loro utilizzo nella nostra vita. Dalla terza stagione, Netflix ha acquisito i diritti, quindi tutti gli episodi sono disponibili lì.

Ogni episodio è slegato dall’altro; non c’è una storia da seguire. Ed è questo il motivo per cui, quando i miei colleghi (grazie colleghi!) hanno insistito perché io guardassi un episodio in particolare, ho ceduto alla curiosità. In fondo si parlava di una storia tra due donne, quindi non ci è voluto molto per convincermi…

L’episodio in questione si intitola San Junipero.

Questo è il momento in cui, nei blog come si deve, inseriscono un bell’avviso a caratteri cubitali:

ATTENZIONE: SPOILER!

Il problema è che, per dire ciò che ho intenzione di dire su San Junipero, è impossibile evitare di rivelare troppo. Quindi vi avverto: se non lo avete ancora visto e siete particolarmente infastiditi dagli spoiler, fermatevi qui e guardatevi – anzi, godetevi – l’episodio il prima possibile. Non ve ne pentirete 🙂

Se invece lo avete già visto e il vostro piccolo cuore rainbow anni ’80 ha pianto di gioia/tristezza/malinconia/felicità per tutti i 60 minuti, sappiate che siete in buona compagnia.

Ci sarebbero un sacco di motivi per limitarsi a tessere le lodi di questa rara perla di cinematografia moderna e non sono né la prima, né l’ultima a farlo: la comunità LGBT+ di tutto il mondo ha già prodotto molte recensioni dettagliate, alcune anche decisamente ben fatte. Ma io non sono un’esperta di cinema, quindi posso solo esprimere il mio parere personale.

Nonostante partissi prevenuta, San Junipero mi ha conquistata per la regia, l’intreccio della storia in bilico tra una realtà inventata e una quasi plausibile e i rimandi musicali nostalgici e azzeccatissimi (uno su tutti, “Girlfriend in a coma” degli Smiths) che provocano un tuffo al cuore dietro l’altro a chiunque sia stato giovane tra gli anni ’80 e i ’90.

Tuttavia, lo scopo di questo articolo è un altro.

Ciò che mi ha davvero colpita di questa storia è il modo in cui è stato trattato il tema della bisessualità. Quando Yorkie, giovane lesbica timida e inesperta, entra nel Tucker’s e conosce Kelly, quest’ultima sembra incarnare tutti i peggiori stereotipi sui bisessuali: è provocante, sa di piacere e fa una conquista dietro l’altra senza lasciarsi mai coinvolgere. In fondo, come cantava Cindy Lauper, “Girls just want to have fun”.

Non c’è spazio per i sentimenti; anche quando incontra nuovamente Yorkie e si accorge che lei sta iniziando a provare qualcosa, Kelly le ripete che la sua permanenza a San Junipero non prevede storie d’amore. È una specie di vacanza in cui non vuole pensieri e intende mantenerla tale, anche dopo l’intesa palesemente profonda che si è creata tra loro due.

Durante la prima notte che trascorrono insieme, però, succede qualcosa. Quando Yorkie le chiede quando ha capito che le piacevano le donne, Kelly spiega con grande naturalezza che le piacciono anche gli uomini (“Pari diritti!”). Inoltre, le racconta di essere stata sposata con un uomo in passato, ma che prima di arrivare a San Junipero, sebbene si prendesse regolarmente delle cotte per le donne, non aveva mai ceduto ad alcuna tentazione. Solo dopo la morte del marito ha iniziato a concedersi di esplorare anche questo lato di sé, ma vuole assolutamente evitare qualsiasi tipo di coinvolgimento emotivo.

Il vero motivo di questa reticenza viene fuori verso la fine dell’episodio.

Pian piano, infatti, scopriamo che San Junipero non è altro che una realtà virtuale a cui i malati terminali possono accedere in “versione di prova”, prima di decidere se effettuare il passaggio in maniera definitiva scegliendo l’eutanasia. Kelly nella vita reale è una donna anziana con un tumore in stadio avanzato. Suo marito è morto anni prima e ha scelto di non effettuare il passaggio a San Junipero, sperando di reincontrare in un aldilà “tradizionale” la loro figlia, scomparsa prematuramente. Per questo motivo Kelly intende usare San Junipero come un luogo di villeggiatura virtuale prima di raggiungere il marito attraverso la morte naturale.

Però non aveva messo in conto di innamorarsi.

Il percorso di Yorkie, invece, è diametralmente opposto. Anche in questo caso, verso la fine si capisce che nella realtà è anche lei una donna anziana diventata tetraplegica in gioventù, quando ha subito un incidente d’auto dopo avere fatto coming out in famiglia. Da allora si trova in stato di coma profondo. Per lei, lesbica, San Junipero è l’unica possibilità di sperimentare una “vita” che, per quanto virtuale, potrà darle modo di avere finalmente una relazione. Il “fidanzato” a cui fa riferimento, infatti, non è altro che un infermiere della clinica in cui è ricoverata da decenni, che ha acconsentito a sposarla per aggirare l’opposizione della famiglia all’eutanasia, in seguito alla quale potrà “trasferirsi” definitivamente a San Junipero.

A un certo punto, Kelly sorprende Yorkie insistendo per incontrarla nella vita reale e scopre la sua situazione. In una scena talmente piena di emozioni in cui non sai se piangi perché sei tremendamente triste o assurdamente felice, Kelly si offre di sposarla e di autorizzare personalmente il suo “passaggio”. Ma dopo una luna di miele lampo, arriva l’inevitabile scontro: Yorkie insiste affinché Kelly cambi idea e la segua per sempre a San Junipero, ma quest’ultima è irremovibile. Yorkie però, che non ha mai avuto una relazione e vive ancora con l’emotività dei suoi vent’anni, non capisce perché voglia rinunciare a un’eternità felice in un luogo in cui può avere tutto ciò che desidera. Allora Kelly, in un momento di rabbia, le spiega ciò che sente:

 

“Quarantanove anni. Io e Richard siamo stati insieme per quarantanove anni. Non puoi neanche lontanamente immaginare, non hai neppure idea. Del legame, dell’impegno, la noia mortale, il desiderio, le risate, l’amore reciproco. Il fottuto amore. Ma tu cosa ne sai? Di tutti i nostri sacrifici, degli anni che gli ho donato e di quelli che lui ha donato a me… Tu avresti dovuto chiedere. Ti è venuto in mente di chiedermelo?”

 

Ed è qui che ho capito che gli autori della serie avevano fatto centro.

Senza nominare la parola “bisessualità” nemmeno una volta, hanno saputo catturare l’essenza di chi, pur consapevole di essere bi, sceglie di condividere la vita con la persona che ama.

Spesso infatti chi scopre di essere bisessuale, in qualunque punto della sua vita si trovi, teme di essere destinato a un unico scenario fatto sì di tanto sesso, ma anche di relazioni instabili, insoddisfazione perenne e solitudine.

Quello che vorrei dire a queste persone è che non è necessariamente così.

Un aspetto che viene totalmente tralasciato, infatti, è che dipende tutto da quello che vogliamo veramente. Posto che non sempre abbiamo la fortuna di incontrare una o più persone con cui stiamo veramente bene, la modalità con cui impostiamo la nostra vita e le nostre relazioni è una nostra scelta.

Molti bisessuali sono poliamorosi, molti no. Alcuni vivono una relazione con un uomo, poi una con una donna, e così via. Altri stanno benissimo da single. Ognuno di questi percorsi è altrettanto valido e deriva da una scelta; l’orientamento sessuale non pregiudica a monte la possibilità di realizzare i propri desideri, anche se alla lunga nessuna scelta è facile, né ci rende immuni a alla frustrazione.

Quello che dice Kelly a Yorkie esprime benissimo i sentimenti contrastanti di chi sceglie la strada della monogamia.

Amare una sola persona è sempre facile? No, per niente. Ma non lo è a prescindere dal fatto che lei è attratta anche dalle donne, e chiunque viva una relazione di lunga data può testimoniarlo.

La monogamia è l’unica scelta relazionale possibile? Assolutamente no. Ciascuno è libero di adottare l’approccio che rispecchia meglio la sua natura. Tuttavia, molte volte mi è capitato di parlare con persone bisessuali che si sentivano “condannate” dal loro orientamento a non potersi mai costruire una relazione di coppia o una famiglia.

A tutte queste persone vorrei dire che si può stare bene e vivere felici in una relazione monogama anche da bisessuali, se è quello che si vuole davvero.

Tornando alla nostra storia, per una volta il brutto trend del “Bury your gays” (ovvero la tendenza degli autori di film e serie TV a prevedere una brutta fine per i personaggi LGBT+) è stato sovvertito, e proprio in una serie dai toni solitamente pessimisti e amari. Kelly supera il suo lutto e inizia una nuova storia d’amore con Yorkie. Yorkie, nella morte, scopre finalmente la vita.

Quindi mi piace l’idea di salutarvi pensando a Kelly e Yorkie che sfrecciano a tutto gas sul lungomare con “Heaven is a place on earth” in sottofondo.

Chissà. Magari un giorno ci rivedremo tutti a San Junipero.

 

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