EuroPride Vienna 2019: uno sguardo al futuro

Non è da molto tempo che vivo pubblicamente la mia bisessualità, e non è da molto che partecipo ai Pride: sono stata solamente a tre Pride nella mia regione, la Puglia, e li ho amati tutti e tre in maniera viscerale, nella consapevolezza che si tratta di eventi piccoli e circoscritti (ma estremamente colorati, appassionati e rumorosi) rispetto ad altre realtà italiane più consolidate, come ad esempio Milano, Roma o anche Bologna. Quando mi si è presentata l’occasione di poter essere presente all’EuroPride di Vienna, all’interno del gruppo Italienische Regenbögen, ovvero gli Arcobaleni Italiani, l’ho colta al volo, sicura che si sarebbe trattato di un’ esperienza per me rivoluzionaria: e così è stato, oltre ogni aspettativa!

Sembra scontato dirlo, ma la prima cosa che mi ha colpito sono state le dimensioni della manifestazione: con circa un centinaio di carri, gruppi di ogni tipo e di varie nazionalità, ho visto rappresentata ogni sfaccettatura del mondo LGBTI+, anche e soprattutto quelle di solito trascurate. Se in Italia facciamo a volte ancora fatica a superare l’ormai ristretto concetto di Gay Pride, quello che ho visto a Vienna è stato un Pride straordinariamente inclusivo di ogni realtà. E questa inclusività non diluisce il significato del Pride, come alcuni temono, anzi: ai miei occhi non ha potuto che rafforzarlo. Ho visto una nutrita presenza di persone intersessuali e transessuali, ciascuno con la loro bandiera e cartelli meravigliosi. Ho visto famiglie e bambini (e queste si vedono tanto anche in Italia e in Puglia, per fortuna), icone pop (il carro con Xena e Olimpia, non le originali ma quasi uguali e il carro di e con Conchita Wurst); ho visto un gruppo di persone LGBTI+ over 60, un gruppo di persone LGBTI+ disabili, il gruppo delle e dei sex workers, gruppi di persone appartenenti a vario titolo al mondo universitario, nonché uno striscione arcobaleno che mi ha aperto il cuore proprio sulla facciata della principale università viennese; e poi ho visto meravigliose drag queen, persone poliamorose, pirati, nudisti (ma comunque coperti per evitare di infrangere la legge), persone appartenenti alla cultura BDSM, gruppi politici e sicuramente dimentico qualcosa. Ho visto anche i carri delle multinazionali, così come ho visto gli striscioni arcobaleno sui palazzi delle principali aziende nel cuore di Vienna.

Per finire, ho visto un tripudio di bandiere bisessuali e pansessuali, tra le quali spiccava sicuramente la mia, che ho brandito fieramente e più in alto che potevo in tutti i momenti salienti della parata. Essere, per la prima volta, ad un Pride con la mia bandiera e i miei colori mi ha liberato e sollevato da anni di tormenti personali, dubbi, bifobia interiorizzata e non. Vedere la mia stessa bandiera brandita col mio stesso orgoglio da tante altre persone, vedere i sorrisi che ci rimandavamo tra noi nel riconoscerci, questo mi ha aperto il cuore fino a commuovermi.

La più grande differenza tra i Pride italiani a cui sono abituata e questo meraviglioso, per me futuristico, EuroPride sta principalmente in questo: in Italia organizziamo i Pride e sfiliamo per le strade delle nostre città lottando, sfiliamo nonostante la società che ci circonda, nonostante i vari rosari riparatori che spuntano come funghi dopo un temporale e ci seguono a ruota, sfiliamo nonostante gli attacchi delle autorità. A Vienna, invece, il Pride è stato un festeggiamento di tutta la società per alcuni dei suoi membri e credo che il bel discorso del Presidente della Repubblica Austriaca, al termine della parata, espliciti perfettamente tutto questo. Il che non vuol dire che a Vienna o in Austria non esista omo-bi-transfobia, che anche lì non ci siano lotte da fare e diritti da rivendicare (ad esempio il matrimonio per le coppie dello stesso sesso è stato approvato solamente lo scorso anno ed è entrato in vigore quest’anno). Amo profondamente i pride italiani e soprattutto quelli pugliesi, con il loro sapore di lotta e di ribellione, ma la visione che ho avuto all’Europride di Vienna è stata una visione di speranza per un futuro non necessariamente troppo lontano anche qui in Italia.

Ci tengo, in chiusura, a dire una parola, naturalmente personale, sulla presenza delle multinazionali al Pride: pur condividendo le critiche di chi accusa queste aziende di “rainbow washing” (specialmente in alcuni casi), devo ammettere che vedere la presenza di questi nomi alla parata, e vedere gli striscioni arcobaleno ovunque nella città, anche su palazzi appartenenti a grandi aziende, ha contribuito a darmi l’idea di una comunità LGBTI+ realmente integrata in ogni ambito della società, inclusi gli ambiti che ad alcuni di noi piacciono di meno, e trasmette un messaggio di integrazione di una portata così ampia che mi ha lasciato senza fiato.

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