TBONTB

 

Di lì la conversazione si è fatta più interessante via via che diventava più “scabrosa” non tanto per la pruriginosità quanto per l’interpretazione psico-socio-culturale che se ne poteva dare, sia lato DILF sia lato TWINK.

Ma andiamo per gradi.

Un po’ di tempo fa mi è capitato di essere contattato con PM (Private Massage – per non farsi mancare un altro po’ di acronimi e sigle) da un ragazzo molto giovane che avevo conosciuto anni addietro.
Come dicevo, la conversazione era partita, com’è d’uso solitamente (tra uomini GB -gay/bisex-), a pieno regime in modo spumeggiante.
Devo dire che lo sfasamento è stato parecchio. Non tanto per la lusinga dell’approccio, quanto perché, malgrado la partenza erotico-provocatoria, la pulsione era più introspettiva che altro e nel contempo, nonostante gli sviluppi fossero sublimatamente platonici e filosofico-speculativi, gli intenti di fondo a cui rischiavo di essere esposto erano scalpitantemente carnali. (PS: averne uno al mese di rischi del genere avrei l’autostima di un alcolista che arriva al 180° giorno di astinenza)

Mi spiego meglio: se le frecciate lussuriose sono state il primo strumento con cui Efestione [lo chiameremo così per comodità… :-P…] mi aveva approcciato, in realtà il bisogno che traspariva era tutto volto a cercare un confronto dialettico con qualcuno di amico, qualcuno friendly o se possibile “gay friendly”.

E così abbiamo iniziato a chiacchierare delle sue curiosità, perplessità, in modo puramente teorico come se stesse parlando di qualcun altro e questo è stato il primo campanello di allarme.

Per quanto infatti io tentassi di parlare in modo pragmatico, lui sempre sviava il discorso; parlava di massimi sistemi; parlava per ipotesi etc.
Non voleva prendere la cosa in mano. Eppure… Ad un certo punto, il bell’Efestione stanco di chiacchiere che rischiavano di spingerlo alle corde, mi ha lasciato basito.

Nonostante la sua riluttanza a considerarsi gay o bisessuale, ad ammettere la sua attrazione per il genere maschile, anche a parlare di omosessualità, quasi trincerandosi dietro alla curiosità legittima (io direi sacrosanta -ma sono di parte-), si è d’improvviso fatto più desideroso di esperienze esplicite che di introspezione (o meglio, per essere signori, cercava altro tipo di introspezione o se vogliamo intromissione o intrusione…).

Le dick pick si sono sprecate. Meno male che lo smartphone ha lo schermo abbastanza grande per non rendere ingiustizia agli eroto-selfies ipodotati e abbastanza piccolo da non potersi crogiolare in “pensieri impuri”…

 

Complimenti! hai fatto l’amplein! 4 su 9 è un “quasi sufficiente”.

Benvenuto nel club della IHP (i.e. Internalized HomoPhobia) ossia omofobia interiorizzata, detta anche Sexual Self-stigma (auto-stigma) etc.

È tutto chiaro. Hai la ragazza, scopri che ti interessa anche il tuo stesso sesso, ne parli al primo che capita abbastanza lontano dalla tua vita da non essere minaccioso per la tua privacy e abbastanza vicino per poter provare a fare esperienze. Ci sta. Ma perché complicarsi la vita?

In realtà capisco benissimo cosa può accadere nella testa e nello stomaco (e anche in altre parti del corpo) di un ragazzo che per un’intera infanzia, pubertà e adolescenza non si chiede mai com’è che le proprie pulsioni siano sia omosessuali che eterosessuali.

Un ragazzo che ad un certo punto scopre che l’omosessualità è una possibilità che incombe su di lui come un’ombra che rischia di farlo sentire un reietto della società.

Un ragazzo che finisce per essere gettato nella confusione più totale quando, una volta accettato il suo “nuovo” orientamento sessuale, scopre che anche l’eterosessualità può essere intrigante.

Un ragazzo che inizia finalmente ad imparare com’è bello e comodo, prima (molto scomodo poi), accoccolarsi sotto la pioggia purpurea della bisessualità…

Ops, ah no, non si parlava di me… troppo ego… torniamo ad Efestione.

Dicevamo 4 su 9.

Sì, perché noi crediamo di inventare spesso l’acqua calda, ma già negli anni ‘90 c’era chi (e parlo di psicologi e non opinionisti delle TV generaliste) tentava una identificazione degli elementi che aiutano a capire quando abbiamo interiorizzato l’omofobia presente nella nostra società eteronormativa. Vediamoli:

  1. quando cerchi di non essere attratto dalle persone del tuo stesso sesso: ossia quando fingi che non ti faccia venire i vamponi quando è lì con te in palestra e neghi che sia così eccitante, grondante di sudore e fatica, attraente e ammiccante;
  2. quando pensi che se qualcuno ti offrisse la possibilità di essere completamente eterosessuale, sarebbe il benvenuto: ossia quando usi ogni mezzo a disposizione per trovare l’interruttore on/off per la tua omosessualità/bisessualità;
  3. quando pensi che non vorresti essere gay/lesbica/bisessuale: ossia quando assecondi battute omofobe nello spogliatoio del tuo centro sportivo preferito;
  4. quando senti che essere gay/lesbica/bisessuale è un difetto personale: ossia quando ti travesti usando tutti i possibili stereotipi affibbiati al tuo sesso biologico;
  5. quando cerchi un aiuto professionale per cambiare il tuo orientamento sessuale: ossia quando vai dal terapeuta non per capire come sentirti a tuo agio, ma per cambiare una mostruosità che hai dentro;
  6. quando cerchi di trovare più seducente l’altro sesso di quanto per te non sia: ossia quando ti butti a pesce sulla prima anima che incontri solo perché è dell’altro sesso e tu vuoi dimostrare al mondo che sei “normale”;
  7. quando sei più a tuo agio evitando ogni coinvolgimento personale o sociale con altri non eterosessuali: ossia quando rifuggi come la peste ogni bar che sia anche vagamente shabby chic (per gli uomini) o bettola (per le donne) [j’accuse: stereotipi]
  8. quando ci sentiamo in disaccordo con noi stessi ad essere omo/bisessuali: ossia quando passi le giornate in totale bipolarismo, dal come ti devi vestire al come devi tenere la forchetta o il cucchiaino da te;
  9. quando desideri poter sviluppare sentimenti più erotici verso l’altro sesso: ossia quando tenti di fare autoerotismo pensando all’altro sesso e ti si smonta la calura;

Ho reso l’idea? bene. Quando avvertiamo anche solo uno dei sintomi precedenti dovremmo quantomeno porci la domanda se abbiamo per caso interiorizzato un tantino di omofobia.

E non c’è nulla di male.

Se non fosse che interiorizzare l’omofobia è come se un intollerante al lattosio si facesse il bagno in 6 tonnellate di fonduta valdostana urlando: “come mi piace, come sto bene”… sì, sì… vedrai dopo…

Per tornare ad essere seri si può dire che sia le convinzioni personali, la comunicazione con affetti attorno a noi che il nostro comportamento in merito al nostro orientamento sessuale sono fortemente collegati all’omofobia interiorizzata anche se è vero che l’omofobia interiorizzata è distinta da queste variabili nel senso che non vi è un rapporto di causa-effetto.

Se parliamo ad esempio di come il nostro orientamento sessuale ci fa sentire avvantaggiati o svantaggiati dobbiamo riconoscere che, se è vero che gli eterosessuali con più radicati pregiudizi finiscono per percepire le minoranze LGBT+ come un peso (nel migliore dei casi, quando non una malattia) per la società, anche gay, lesbiche e bisessuali possono presentare un livello alto di omofobia interiorizzata nei casi in cui essi si sentono menomati nel proprio status di minoranza.

Per contro, l’identikit di un individuo LGBT+ che ha interiorizzato livelli bassi di omofobia è quello di una persona che associa il proprio orientamento sessuale più a vantaggi (o quantomeno non solo a svantaggi); che ha una sensazione positiva verso la propria appartenenza ad una minoranza sessuale; che è dichiarato a persone non familiari.

Tutti sappiamo come un ambiente in cui avvertiamo un alto grado di omofobia può portarci (in qualità di membri della comunità LGBT+) a nascondere il nostro orientamento e può far sì che si tenti di passare per eterosessuali. Ma non tutti sanno che, mentre il tentativo di passare per eterosessuali, in situazioni specifiche (che possono portare ad un elevato rischio di atteggiamenti omofobi), è adattivo -ossia è in grado di adattarsi al contesto-, nascondere cronicamente il proprio orientamento sessuale è quasi sicuramente associato a livelli più alti di omofobia interiorizzata.

Una persona LGBT+ dimostra più omofobia interiorizzata solitamente in relazione al grado di segretezza del proprio orientamento sessuale soprattutto nei confronti dei membri della famiglia e degli amici. Se pensiamo poi che statisticamente i bisessuali sono meno dichiarati ai propri genitori degli omosessuali, non ci stupiamo di come la popolazione bisessuale sia la più difficile da identificare, aggregare, coinvolgere.

Per tornare alla nostra “storiella”: dopo aver chiarito a Efestione la mia posizione (metaforica), non solo di bisessuale ma di monogamo convinto e innamorato, lo stalking non è andato scemando, anzi, si è acuito e le insistenze (sebbene lusinghiere alla mia età) sono diventate pressanti.

Per farla breve la discussione (che aveva comunque il punto fermo da parte mia del “non te lo do” – sempre per essere duchi) è slittata sulla sua situazione di ragazzo poco più che ventenne immerso in un ambito eteronormativo di paese. Ragazza fissa da alcuni anni. Le cose non vanno bene… etc. etc. Il fatto che continuasse a negare, a difendersi e contemporaneamente ad insistere perché ci vedessimo era fonte di innumerevoli campanelli d’allarme per me.

Riconoscendomi non adatto ad aiutarlo se non ascoltando quello che tuttavia non voleva dire, ho provato a suggerirgli di parlare con un familiare di fiducia, con una persona amica, con un gruppo di sostegno o con un terapeuta. Ma la sua impossibilità di uscire dal “negazionismo” (circa il suo orientamento sessuale) non gli permetteva di chiedere aiuto, perché non riconosceva di averne bisogno (e magari non ne aveva veramente e sono io ad essere fuori strada).

Oltre a ciò ho provato a suggerirgli di fare esperienze con altre persone, facendogli notare che, come aveva pensato di fare delle avances a me, poteva pensare di aprirsi con qualcun altro.

Ho provato a farmi spiegare (per pura maieutica) perché volesse da un lato dar sfogo ai suoi legittimi desideri e contemporaneamente sopprimerli come qualcosa di esecrabile, ma la chiusura diventava sempre più impenetrabile.

Se mi chiedete se le pulsioni che voleva sedare (senza riuscirci) e di cui si vergognava lo abbiano spinto in una forte depressione, se questa depressione si sia trasformata in ossessione, se questa ossessione abbia rischiato di sfociare in una tragedia non risponderò…

Forse, chi si trova in una situazione simile non dovrebbe nemmeno approcciare un blog divulgativo su internet, per quanto serio e di nobili intenti e quindi sto scrivendo per niente. Ma se anche un solo individuo riesce a non sentirsi solo nel suo percorso grazie al vaneggiamento di uno scrittore improvvisato allora sarò felice.

No! Lo specialista è sempre il sostegno più utile e imprescindibile… (ma esiste chi non può, o non sa di poter, averne uno). Chi se non un terapeuta potrà, con mezzi opportuni, suggerire l’idea che l’orientamento sessuale non sia una scelta ma una condizione immutabile? Attenzione però: se parliamo del tipo di considerazione che una società o un individuo ha nei confronti dell’orientamento sessuale bisogna fare i conti con dati ambigui.

Tutti abbiamo verificato sul campo come molte persone eterosessuali, se sono convinte che l’orientamento sessuale sia qualcosa di involontario e immutabile, hanno generalmente dei bassi pregiudizi. Se siamo tutti d’accordo che l’omofobia interiorizzata altro non sia che omofobia, allora possiamo dire che anche le persone LGBT+ manifestano più o meno omofobia interiorizzata in relazione a come considerano la capacità di decidere il proprio orientamento sessuale.

Se è vero che alla domanda “quanto il tuo orientamento sessuale è una scelta e quanto è immodificabile?” i bisessuali avvertono di avere maggior margine di scelta degli omosessuali (e le donne maggiore degli uomini), questo vuol dire che vi sono almeno sostanziali differenze tra le varie percezioni.

In effetti omofobia interiorizzata e percezione della capacità decisionale sono collegate, ma in una direzione che è opposta rispetto a quanto avviene tra gli eterosessuali.
Mentre negli eterosessuali la convinzione orientamento-scelta porta solitamente all’omofobia, una persona LGBT+ che avverte il proprio orientamento come (almeno in parte) legato a decisionalità è facile che interiorizzi poca omofobia. Come se la convinzione che sia una scelta rappresentasse un elemento di autoaffermazione che è del tutto incompatibile con l’omofobia interiorizzata.

Non c’è dubbio che qualcosa come l’autoaffermazione sia strettamente legata all’autostima.
Di quale autostima parliamo però? Esiste un’autostima generale e l’autostima in uno specifico contesto e capiamo a pelle che si influenzano a vicenda.

Se consideriamo l’omofobia interiorizzata come ad una parte specifica (limitata al campo dell’orientamento sessuale) dell’autostima, possiamo comprendere come il legame tra stress/benessere e omofobia interiorizzata possono essere attenuate da un’alta autostima globale.

Il problema che ci appare subito all’orizzonte è che una radicata omofobia interiorizzata può minare la nostra stima globale con conseguenze non da poco sul nostro benessere psicologico generale.

In definitiva quello che non tornava parlando con Efestione non era l’incapacità (o la riluttanza) di definirsi all’interno della comunità LGBT+; nessuno dovrebbe essere spinto a forza a darsi un’etichetta se non lo desidera.
Ciò che i miei limiti non accettavano era il suo senso di colpa, la vergogna che traspariva dalle sue parole, la negazione e la disperazione, il suo disagio intimo.

Nessuno dovrebbe provarlo mai: “Nessuno può farvi sentire inferiori senza il vostro consenso” [Eleanor Roosevelt (1884 – 1962)]
[Journal of Counseling Psychology. http://psychology.ucdavis.edu/rainbow/html/Herek_etal_2009_JCP_preprint.pdf]

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