Closet vs privacy – prima parte

Coming out: abbreviato CO.

Praticamente monossido di carbonio… avete presente quel simpatico prodotto della combustione delle caldaie ostruite? Quello che può facilmente seppellire te, la mamma, la moglie della mamma, il papà e la sua compagna (in visita), la sorella (che sta trombando di nascosto con), il fidanzato e il cane in un battibaleno; in altre parole la tua intera famiglia allargata…
Ecco: quello.

Il CO (coming out) è altrettanto pericoloso del Nimesulide se non lo maneggi con cura e non lo tieni fuori dalla portata dei bambini e soprattutto se non leggi attentamente le istruzioni che, ahimè, si dimenticano sempre di inserire nel kit di sopravvivenza consegnato alla nascita. Devi essere conscio delle “indicazioni”, cioè del motivo per cui farlo; scoprirne la “posologia”: ossia come e quando farlo. Conoscerne le “controindicazioni” o gli “effetti collaterali”: frequenti, rari e rarissimi. Ma soprattutto devi saper distinguere quando è il caso di usarlo o quando è il caso di tenersi il mal di schiena, perché non è poi così grave e non vuoi avvelenarti ogni giorno della tua vita.

E quindi ci siamo: qual è la linea di demarcazione tra “to be in the closet” e “to preserve our own privacy”? In altre parole cosa determina le differenze e perciò pone un discrimen tra la situazione in cui una persona sta celando il proprio orientamento sessuale e invece i contesti in cui l’essere umano sia spinto da un sano rispetto per la propria intimità?

Ovviamente anche qui ogni regola e generalizzazione, oltre che odiosa, non farebbe altro che etichettare, discriminare, gettare stigmi o tralasciare minoranze definite tali solo in relazione ad una frequenza statistica di per sé fallibile. Ma come fare per parlare di un argomento simile?

La casistica è veramente ricchissima. Ovviamente eviterei di parlare delle persone che non l’hanno ancora detto a se stesse, in quanto diventa assai complicato parlare di coloro che devono ancora concludere (se mai possa concludersi) un percorso di presa di coscienza della propria identità, come anche di coloro che hanno subito outing o che hanno fatto CO pur non accettando se stessi.

L’amico gay trentacinquenne che con i genitori è venuto allo scoperto da poco ma che con qualche selezionato amico è dichiarato più che volentieri; la bisessuale matura che abbraccia la filosofia “non accetto le etichette”; la lesbica poco più che adolescente che si nasconde dietro alla fluidità intrigante che attira i ragazzi; il gay appena ventenne che ha la ragazza da tanti anni e non ha mai pensato che certe pulsioni possano uscire allo scoperto e fuori dalla sua cameretta; il gay dichiarato all’universo mondo che però deve trattenersi dal graffiare le colleghe sul posto di lavoro se non vuole ritrovarsi per strada. Il bisessuale che cela la compulsiva e in fondo (si potrebbe pensare) pavida protezione della propria privacy dietro al “don’t ask, don’t tell”. Ce n’è per tutti i gusti.
Quindi come fare per trovare elementi comuni e soprattutto un motivo per cercarli?

Pospongo una premessa perché mi serviva entrare nel vivo: userò i termini lesbica, gay e bisessuale in modo volutamente dicotomico perché questo si ricollega (e quindi può fornire una chiave di lettura della mia logorrea) alla mia età anagrafica e alla cultura in cui sono cresciuto, quella appunto dicotomica; ma ogni etichetta è da intendersi qui nel modo più inclusivo possibile, sperando di riuscire a intessere un discorso generale sulle persone, che si possa adattare ad ognuna delle lettere della comunità LGBT+…

Mi piacerebbe, e lo farò, innanzitutto togliermi dalla scarpa, in modo provocatorio, il sassolino delle frasi di rito che sempre si dicono quando si parla di CO:

1)  “Per prima cosa non devi farne un dramma.”
Certo! Trattare il proprio CO come se fosse la cronaca dell’ultima puntata di Guiding Light è la cosa più naturale del mondo; del resto si tratta solo di mettere in piazza uno degli elementi più intimi del tuo essere e uno dei punti focali che più d’ogni altro, nelle mani sbagliate, può farti sentire discriminato. Perché ingigantire la cosa…?
Scherzi a parte: mentre da un lato è chiaro che, fare di una qualsiasi questione un problema, non è partire con il piede giusto e sdrammatizzare è sempre efficace a farci sentire a nostro agio, è vero anche che sane paure, ponderazioni, valutazioni non hanno mai ucciso nessuno e hanno anzi risparmiato a più di qualcuno situazioni spiacevoli o addirittura disastrose… per la propria autostima, s’intende;

2) “Se stai bene con te stesso, ti accetti, non hai sentimenti di vergogna per la tua sessualità allora il coming out verrà da sé.”
Per prima cosa vorrei dire: “COL C***ZO”! Per quanti di noi sono passati eoni da quando hanno finalmente accettato se stessi a quando hanno avuto il coraggio o anche semplicemente la possibilità (intesa come l’agio di potersi sentire protetti di fronte ad una potenziale situazione di mortificazione che viene da una società eteronormativa) di fare CO?
Inoltre bisognerebbe sapere che da quando hanno inventato l’outing non è detto che il momento arrivi per scelta o che sia sempre automatico che quando stai bene con te stesso riesci anche ad aprirti agli altri. Se stare bene con se stessi significasse necessariamente stare bene con gli altri saremmo a cavallo.

3) “Bisogna essere certi di essere bene accetti per fare CO”.
Non si capisce come dovrebbe fare una persona ad essere certa che il proprio venire allo scoperto sia ben accetto, pacifico, tollerato da familiari, amici, conoscenti, eccetera…

4) “Le persone non etero esistono”.
Meno male… altrimenti avremmo pensato che tutti gli esseri umani sono (o dovrebbero essere) alti, biondi, con gli occhi azzurri (e… statunitensi)

5) “Sii preparato a rispondere a domande”.
Forse sfugge ai più che i primi ad aver bisogno di risposte sono proprio le persone LGBT+; e non solo, a volte, è difficile dare risposte a se stessi, ma è difficile pure capire quali sono le domande… è a questo che dovrebbe servire una massa critica di CO.

Non ne usciamo. Sta cambiando ma ancora molto lentamente. La società… no… le persone (perché la società è fatta di persone, sebbene anche certe scelte politiche non aiutino a curare certe miopie) non riescono spesso a uscire o a non cadere nella convinzione che il mondo sia etero; soprattutto se quelle persone sono etero e soprattutto se non vi sono elementi dissonanti per la loro “sensibilità” (tipo il cliché della camionista o quello del bear che ti prende a borsettate) che li avvertano che il mondo è più complesso di quanto non siano spinti a pensare, facilitandosi (credono loro) la vita.

Per i bisessuali poi è, tanto per cambiare, più complicato: stai con lo stesso ragazzo da 2 anni, sei gay; ti fai una vita con una compagna, sei etero. Niente da fare, il tuo orientamento sessuale non è una cosa tua, intima, la cui scoperta è stata magari problematica, sudata, conquistata pezzo per pezzo. No. dipende da contingenze esterne e soprattutto dalle conseguenze che gli altri traggono da queste contingenze. Se sei monogamo allora non sei veramente bisex, chiaro no? Se però scopi a caso in par condicio: sei promiscuo come tutti i bisessuali, non ci si può fidare… ma questa è un’altra storia.

Una persona mi mostra una foto-profilo di una ragazza veramente “bona” e… perché dovrei partire, da bisessuale, col pippone: “stai erroneamente presumendo che io sia etero!!!”…?
Cheppalle…! Rispondo “sí” se penso sia una sventola e “no” se non mi piace. Non parto in quarta a disquisire sul mio orientamento sessuale. E non perché voglio starmene al coperto. Rispondo semplicemente a tono a una persona che conosco in modo superficiale (e con la quale faccio cose superficiali come commentare le foto-profilo).
Perché dovrei, in un momento di goliardia tra maschi (per la quale non serve chissà che intimità), commentando elegantemente le ragazze che passano, uscirmene con precisazioni sul fatto che anche gli uccelli non sono male, e non necessariamente con le piume?

Altra cosa è quando ti capita di trovarti nella simpatica situazione in cui una persona che conosci e che stimi per molti versi fa apprezzamenti sessisti o discriminatori su chicchessia. Starà a me, al momento, decidere se troncare con quella persona per non ascoltare le sue idee retrograde, mettere il nostro rapporto in standby per un po’ finché si capisce se l’affinità elettiva c’è o era un miraggio, mandarla a cagare, magari esponendo i miei gusti, o troncare silenziosamente e basta, semplicemente perché è una persona stupida.

Ma questo lo si fa ogni giorno, in ogni contesto, per ogni cosa. Non solo in relazione al nostro orientamento sessuale. Sempre valutiamo (non nel senso di giudicare) chi abbiamo davanti; valutiamo la loro compatibilità con noi stessi e viceversa. Valutiamo la nostra coincidenza di pensiero e di sentimento per entrare in comunione o le difformità per controllare se possiamo arricchircene oppure offrire un punto di vista diverso…
O almeno così dovremmo fare invece di tentare spesso di sopraffare, plagiare, dominare, cercare il torto o la ragione, giudicare etc.

In fondo anche chi è completamente “out”, assume delle maschere diverse con persone diverse. Ma questo vale per chiunque. E qui è il punto: spesso non ci si rende conto che parlando di CO in ambito di orientamento sessuale, in realtà si opera una discriminazione, in quanto l’espressione di sé è problematica (in senso positivo) in qualsiasi sfera del sé.

Almeno in linea teorica poiché nella pratica, mentre per espressioni di sé come essere un animalista convinto e praticante non si rischia spesso di venire discriminati (a meno che tu non sia anche celiaco, intollerante al lattosio, vegano, naturista, bio) nel caso dell’orientamento sessuale, visto che l’assunzione dei più è quella che una persona sia “di norma” eterosessuale, serve un’azione specifica da parte nostra per comunicare che, per noi, la “norma” non vale.

Continua…

Condivi il post

Lascia un commento